| 📁 Categoria | Lettere CON.SI.PE. |
| 📅 Data | 03/02/2026 |
Le drammatiche immagini dell’aggressione subita il 28 gennaio scorso a Torino dal collega della Polizia di Stato, Alessandro CALISTA, hanno giustamente scosso le coscienze del Paese, portando le massime cariche dello Stato a manifestare una doverosa e immediata solidarietà.
Tuttavia, dinanzi a tanta efferatezza documentata da video che hanno fatto il giro del web, la CON.SI.PE avverte il peso di un’amarezza ulteriore, dettata dalla consapevolezza che quel medesimo orrore – fatto di isolamento, accerchiamenti e violenza brutale – si consuma con cadenza quotidiana e metodica all’interno delle sezioni detentive degli istituti penitenziari italiani.
La differenza tra l’indignazione nazionale e il silenzio assordante che avvolge il nostro operato risiede in un unico, cinico dettaglio: la visibilità. Mentre in piazza le telecamere dei media squarciano il velo sulla vulnerabilità di chi indossa una divisa, nelle carceri la violenza rimane confinata nell’oscurità delle mura, invisibile agli occhi del popolo e, a quanto pare, anche ai radar della sensibilità istituzionale.
Non possiamo più accettare che la Polizia Penitenziaria sia considerata una forza di serie B solo perché il suo sacrificio non viene trasmesso in prima serata. Ogni colpo ricevuto da un agente nel buio di un corridoio ha la stessa dignità e lo stesso dolore di quelli visti a Torino, ma l’assenza di immagini sembra autorizzare l’Amministrazione a una gestione burocratica e distaccata delle nostre istanze.
Per tali ragioni, chiediamo con estrema fermezza che si ponga fine a questo regime di “oscurità operativa” attraverso la dotazione immediata di Body cam per tutto il personale di sezione e la revisione urgente dei protocolli di sicurezza, affinché la verità del nostro quotidiano martirio esca finalmente dalle relazioni di servizio e diventi fatto pubblico.
Lo Stato è uno solo e la divisa ha lo stesso valore ovunque venga onorata; non permetteremo più che il silenzio mediatico sia la scusa per l’indifferenza del D.A.P. verso la vita e la dignità dei propri uomini.
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